giovedì 18 dicembre 2008

The Governo Horror Picture Show. Terza puntata: ATTACCO ALLA CULTURA

Prosegue l'attività "riformatrice" del Governo, questa volta alle prese con la lotta alla cultura.
Il più grande patrimonio del nostro Paese è inopinabilmente quello artistico: ma qualcuno sembra essersene dimenticato…
Di fronte ad una politica fatta di spasmi, di tagli qua e là, avulsi da ogni logica se non quella del risparmio senza se e senza ma, ecco che anche la cultura diventa bersaglio prediletto, nella prospettiva ormai palese dell’obnubilamento delle nostre ricchezze.
A qualche giorno di distanza dalla manifestazione del 10 dicembre che ha visto Piazza del Popolo gremirsi di persone, musicisti, cantanti, ballerini pronti a far sentire la loro voce contro lo scempio del governo, il ritmo è sempre quello: risparmio, taglio, taglio, risparmio.
Già l’estate aveva preannunciato tempi magri per la cultura e l’inverno non ha fatto che confermarli: l’excalibur del governo – alias decreti legge – si è avventata come una scure sulle nostre teste, senza preoccuparsi minimamente dei danni. Ed ecco a pioggia arrivare la decurtazione del fondo dell'8 per mille destinato ad interventi di conservazione e restauro del patrimonio culturale, il taglio di 45 milioni di euro dirottati a compensare l’esenzione ICI, gli accantonamenti di bilancio, 15 milioni euro dal 2008 al 2010 e altri 90 nel triennio. Insomma taglia taglia la coperta è sempre più corta e come la tiri da una parte dall’altra si ritira….
Alla fin dei conti, il famigerato decreto 112 porterà con l’anno nuovo un riduzione di ben 236 milioni di euro, concentrati in un settore nevralgico come quello della tutela e della conservazione del patrimonio culturale. A questo si deve aggiungere una previsione di riduzione del Fondo unico dello spettacolo di quasi il 40 per cento. Il Fondo unico sarebbe peraltro l’unico strumento di finanziamento delle attività artistiche che hanno portato alto il nome del nostro paese negli anni e questo si traduce inevitabilmente con l’annullamento del finanziamento pubblico per la musica, il teatro, la lirica, la danza, le attività circensi e lo spettacolo viaggiante, nonché dei fondi erogati a molte delle più importanti istituzioni dello spettacolo per l’Italia e nel mondo.
Conseguenza immediata: il Teatro della Scala sciopera, il Maggio Fiorentino lo stesso, a Pisa si cancella il calendario delle recite, molti cantanti lirici non si sono visti rinnovare il contratto e adesso errabondano senza meta. Ma si continua a fare orecchi da mercante…
Possibile che l’Italia di Dante, Verdi e Puccini si sia ridotta a questi infimi livelli?
Possibile che la lotta alla spesa pubblica cagioni scempi di questa natura?
Possibile che il governo continui a fare il bello e il cattivo tempo a suo più vivido piacimento?
Ora nessuno nega che il sistema italiano della spesa pubblica richieda una razionalizzazione per ridurre gli sprechi, ma dobbiamo proprio usare il machete come fossimo al gioco della pentolaccia per raggiungere l’obiettivo, ammesso che questa sia la strada giusta?
Si salva Alitalia e si manda alla malora la cultura che è la culla della nostra crescita…
Ma quand’è l’ultima puntata di questo reality??

Romina Zago

mercoledì 17 dicembre 2008

RU-486, l'ultima resistenza di chi vuole ancora comandare sulla donna

di Anita Cafaro

Proprio ieri, martedì 16 dicembre 2008 il Comitato tecnico-scientifico dell'Agenzia italiana del farmaco si è detto favorevole all'immissione in commercio della pillola abortiva Ru-486: parere, questo, meramente tecnico e non di merito, che ha visto concordi 15 membri del comitato su 16 con un solo astenuto. Ora la palla passa al Consiglio di amministrazione dell'Aifa che gia' in settimana avrebbe dovuto dare il proprio parere definitivo all'introduzione in Italia del farmaco, che, giova ricordarlo, consente di interrompere la gravidanza senza entrare in sala operatoria.
Ma, confermano fonti all'ADNKRONOS SALUTE, il dibattito sulla Ru-486 all'interno del Cda sara' affrontato a Gennaio: qualora dovesse ottenere l'ok definitivo dell'Aifa, la pillola abortiva, prodotta dall'azienda francese Exelgyn, potra' essere somministrata esclusivamente in regime ospedaliero, in linea con quanto previsto dalla Legge n. 194 del 22 maggio 1978, che regola l'interruzione volontaria di gravidanza in Italia: niente vendita extraospedaliera, dunque, ammesso che l'iter autorizzativo della pillola abortiva vada a buon fine. Attualmente la RU-486 è in uso negli Stati Uniti a partire dal settembre 2000 e in tutti i Paesi della Comunità Europea a partire dagli anni Novanta, ad eccezione di Italia, (in cui la RU-486 è in fase di sperimentazione e soltanto in alcune regioni), Portogallo e Irlanda.

Rispetto al tradizionale metodo dell'aborto per aspirazione, la RU-486 presenta una serie di vantaggi:

  1. non richiede invervento chirurgico e anestesia;
  2. non comporta i rischi legati alle complicazioni possibili dell'intervento chirurgico (rottura dell'utero, lacerazioni del collo dell'utero, emorragie, ecc.);
  3. può essere utilizzata nelle prime settimane di gravidanza, mentre l'aspirazione viene eseguita generalmente dopo la 7° settimana (interrompendo lo sviluppo dell'embrione in una fase precedente, si ottiene il duplice risultato di interrompere la gravidanza, in un momento in cui lo statuto di persona è difficilmente sostenibile e di ridurre le complicazioni per la donna);
  4. non possiamo stabilire in anticipo i costi, ma certamente, dal momento che si tratta di intervento ambulatoriale, dobbiamo detrarre quelli della degenza di almeno un giorno e della sala operatoria;
  5. non deve essere confuso con la pillola del giorno dopo, che agisce prima dell'impianto dell'ovulo e che si differenzia sia per i tempi di assunzione che per i meccanismi di azione.

Il farmaco, quindi, provoca minori traumi fisici e psicologici oltre che minori costi per il servizio sanitario: anche l'ulcera, per esempio, e' curata farmacologicamente e nessuno si immaginerebbe di tornare indietro, quando solo la chirurgia poteva essere di aiuto. Sia ben chiaro: i due metodi, quello farmacologico e quello chirurgico, sono entrambi efficaci e sicuri: le differenze riguardano tempi e percezione, ma queste sono decisioni che spettano o, quantomeno dovrebbero spettare, alla donna.

Attualmente la pillola abortiva è utilizzata nel 30% delle interruzioni di gravidanza. I movimenti pro-life ne contestano l'uso, considerandolo un modo per abbandonare la donna nel momento in cui deve affrontare una scelta difficile. Da più parti, inoltre, si sostiene che la semplicità della procedura con cui può essere interrotta la gravidanza potrebbe portare le donne a sottovalutare l'importanza della decisione e, quindi, a un incremento del numero di aborti. Noi ci limitiamo a segnalare che, nei paesi in cui questa procedura è ormai in uso da molti anni, le statistiche non hanno mostrato variazioni significative, ma soltanto la tendenza diffusa a ricorrere all'interruzione in epoca gestazionale più precoce e, quindi, con minori rischi di complicanze per la salute della donna.

L’equilibrio tra il diritto del medico alla libertà di operare secondo la propria «scienza e coscienza» e quello della donna alla fruizione della prestazione disponibile, in Italia, si sa, è molto sensibile: quando si toccano problemi così delicati intervengono tematiche di carattere etico, morale, filosofico e religioso: riesce difficile, tuttavia, capire perché la libertà di scelta di una donna, nel nostro paese, debba far tanta paura! Di fronte a una decisione così difficile e tormentata, ci stupisce che un metodo a tutto vantaggio della paziente sia considerato uno scandalo e sia visto con sospetto: forse che una donna, nel momento in cui fa una scelta del genere debba soffrire fisicamente e, perciò, anche psicologicamente, senza abbondare il senso di colpa? Davvero si crede che esista una correlazione forte tra il dolore fisico e fisiologico e il dolore interiore? O lo si vede come la giusta punizione per la colpa di cui si macchia una donna, nel prendere una decisione tanto sciagurata?

Del resto, la Legge n. 194 del 22 maggio 1978, approvata, appunto, 25 anni fa, che permette di abortire legalmente a carico del Sistema Sanitario Nazionale, non da' indicazioni limitative sul metodo.

Se nel 1978 era conosciuto solo l'aborto chirugico, metodo per aspirazione, nella L .194 non e' specificato che quello sia l'unico metodo, anzi l'art. 14 specifica: “Il medico che esegue l'interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna”! Vorremmo far notare che si parla di “procedimenti”: forse il legislatore aveva previsto la possibilita' che altri metodi si aggiungessero a quello chirurgico e il plurale indica, di per sé, una molteplicità, una pluralità, una quantità superiore all’unità. Ancora, l'art. 15 spiega: “Le regioni, d'intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l'aggiornamento del personale sanitario ed esercente, le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull'uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza”.

Se è vero che le leggi vanno rispettate, mai come in questo caso auspichiamo che la situazione attuale ferma, non si capisce bene perché, ad un metodo sempre valido, ma, in alcuni casi,certamente superato da quello farmacologico si sblocchi e consenta all’Italia di stare al passo delle moderne democrazie occidentali, dove la libertà di ricerca e di sperimentazione è garantita e tutelata, dove la salute del cittadino è salvaguardata e dove se, come nel nostro caso, la scienza si aggiorna, la pratica la segue a ruota.

giovedì 11 dicembre 2008

La Stella di Verheyde ora brilla per tutti

Sacher Distribuzione è lieta di render noto che la Commissione di Secondo Grado si è riunita questo pomeriggio ed ha derubricato il divieto ai minori di 14 anni concesso in prima istanza al film STELLA di Sylvie Verheyde.
Il film - nelle sale dal 5 dicembre - è finalmente e giustamente riconosciuto “per tutti”.

venerdì 5 dicembre 2008

La Stella di Sylvie Verheyde vietata ai minori di 14 anni

«Un film che andrebbe fatto vedere a tutti i ragazzi delle periferie italiane, quelli ai quali provo a insegnare qualcosa ogni mattina e che soprattutto devo convincere in ogni modo a non abbandonare aule e libri, perché se mollano è la fine, per loro fuori ci sarà solo desolazione e miseria, anche se sono convinti del contrario».
L'opinione di Moarco Lodoli, scrittore, giornalista e soprattutto insegnante di Lettere, pubblicata su "La Repubblica", non coincide con quella della la terza sessione della Commissione per la Censura presieduta da Maria Pia Baccari che, ha vietato ai minori di 14 anni il film STELLA di Sylvie Verheyde.
La decisione è stata presa dopo una "ampia discussione e revisione di alcune scene particolarmente delicate che banalizzano esperienze dolorose e delicate della vita nell'età evolutiva, in modo totalmente acritico che possono indurre a facili imitazioni".
Sacher distribuzione spiega nel suo comunicato che la decisione, che equipara il film a "Saw V", noto cult horror per stomaci forti, sta avendo i suoi strascichi polemici: si sono dissociati pubblicamente Bruno Zambardino e Carlo Silvestrin, membri della Commissione, mentre il vice presidente di Agis Scuola Pietro Innocenzi, appresa la notizia, esprime sconcerto e vergogna.
STELLA, uscito il 12 novembre in Francia senza alcun divieto, sarà nelle sale italiane da domani, dopo essere stato presentato alle Giornate degli Autori alla scorsa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Sacher informa anche che la distribuzione riceve continue richieste da parte di docenti ed insegnanti che desiderano far vedere un film altamente educativo alle loro classi di studenti. Molte di queste richieste, conclude Sacher, dovranno purtroppo restare senza risposta.
Basato sui ricordi di gioventù della regista Sylvie Verheyde, Stella, film autobiografico rimette in moto lo spirito degli anni ‘70. Come Stella, anche la regista è cresciuta in un caffè violento frequentato da gente ai margini, lontanissimo dal mondo dell’infanzia e come Stella anche la regista è stata catapultata nel mondo della buona borghesia parigina (Marta Martina - NSC).


Sacher Distribuzione provvederà a fare richiesta di appello che l’Amministrazione del Ministero garantisce verrà effettuata in tempi brevissimi.

giovedì 4 dicembre 2008

Giovanni Bellini in mostra a Roma

“Giovanni Bellini per circa un sessantennio, tra la seconda metà del Quattrocento e fino al 1516, anno della morte, è, prima di Leonardo, il grande inventore della rappresentazione dei sentimenti e della natura".
Giovanni Bellini sarebbe nato nel 1438-40 ca. (e non intorno al 1426, come sostenuto fino a oggi) e morto a Venezia nel 1516.
La mostra prevede 10 sale, dedicate alla grande committenza pubblica (sale I-V) e alle opere destinate alla devozione privata (sale VI-X) e collocati rispettivamente al primo e al secondo piano delle Scuderie del Quirinale. (Continua...)

mercoledì 3 dicembre 2008

NIMPA: “not in my pensionable age”

di Massimiliano Vaitero per "Meltin' Pot"

Ha avuto un gran risalto mediatico, anche grazie alle dichiarazioni compiacenti del Ministro Brunetta, la sentenza della Corte di Giustizia Europea (C-46/07) che stabilisce l’equiparazione dell’età di pensionamento di vecchiaia per uomini e donne. La Corte ha cioè messo in mora l’Italia per la differenza per genere all’interno della gestione pensionistica INPDAP, ovvero riguardante solo i lavoratori del settore pubblico. Ma come è stato sottolineato da più parti, se la Corte fosse chiamata anche per valutare il regime nella gestione INPS (ovvero dei lavoratori nel settore privato), le argomentazioni della sentenza sarebbero tout court estendibili a tutto il regime pensionistico oggi vigente.

Il Ministro Brunetta, come detto, si è fatto subito promotore nel perseguimento dell’equiparazione dell’età pensionabile tra maschi e femmine: “l'invecchiamento attivo è un bene pubblico e come tale occorre farne rilevare la convenienza e sostenerlo con gli opportuni incentivi, anche fiscali, e disincentivare le uscite precoci dal lavoro”, ha detto il Ministro. ''Brunetto-scherzetto! Prendiamo come una battuta quella detta sulle pensioni dal ministro Brunetta su un argomento di questa importanza, che avrebbe dovuto essere oggetto di un’approfondita discussione politica all'interno della maggioranza; discussione approfondita che vi è già stata proprio in occasione dell'ultima riforma previdenziale'' ha subito controbattuto il Ministro Roberto Calderoli. Il Ministro leghista infatti difende la Contro-Riforma del suo collega di partito Maroni, che nel 2004, quando presiedeva il Ministero del Lavoro ha reintrodotto (Legge n. 243, 23 agosto 2004 art. 1, comma 6, lettera b) un’età di pensionamento di vecchiaia diversa per donne (60 anni) e uomini (65), rinnegando i principi di flessibilità e uguaglianza stabiliti dalla riforma Dini (Legge n. 335 dell’8 agosto 1995) che introduceva, assieme al metodo di calcolo contributivo, un’età di pensionamento flessibile tra i 57 e 65 anni uguale per uomini e donne.

E’ bene ricordare che Emma Bonino e i Radicali avevano già in precedenza fatto emergere il dibattito sul tema con il manifesto “Proteggimi di meno, includimi di più”; un patto generazionale femminile in cui da una parte si accetta di andare in pensione a 65 anni ma dall’altra c’è l’impegno a spendere i soldi risparmiati – stimabili in 7 miliardi di Euro – per migliorare i servizi destinati alle donne che lavorano: asili nido (in Italia ne usufruiscono soltanto 8 bambini ogni 100, mentre l’U.E. ci pone l’obiettivo di 30 ogni 100), tempo pieno a scuola, detrazioni fiscali per chi ha una baby sitter, etc. All’iniziativa aderirono anche moltissimi politici dell’attuale maggioranza: il Ministro Giorgia Meloni, Margherita Boniver, Giulia Bongiorno. Firmò anche Rita Levi Montalcini.

Di converso, la tesi contro l'innalzamento dell'età pensionabile si fonda sul fatto che le donne devono dedicarsi al parto e alla famiglia, e che hanno un’esistenza penalizzata; per questi motivi bisogna riconoscere loro una sorta di “privilegio di fine-corsa”. Ma la sentenza della Corte di Giustizia stabilisce proprio che l'Italia è colpevole di non offrire parità e servizi adeguati alla donna madre e lavoratrice. La discriminazione femminile è difatti evidente in taluni dati (fonti: Radicali Italiani):
  1. il reddito medio mensile delle donne è pari al 52% di quello dei maschi per le pensioni di vecchiaia (quasi la metà!), al 70% per quelle di invalidità ed è invece superiore al 147% per quelle di reversibilità (le donne vivono più a lungo);
  2. negli ultimi 10 anni l'importo medio delle pensioni dei maschi è cresciuto del 41% mentre quello delle donne è cresciuto molto meno, del 35% (una differenza di 6 punti percentuali);
  3. gran parte delle donne esce dal mercato del lavoro con le pensioni di vecchiaia e solo poche (il 17% del totale) con le pensioni di anzianità a causa della vita lavorativa più discontinua;
  4. il tasso di occupazione delle donne in età attiva è al 47 per cento, a fronte dell’obiettivo del 60 per cento che l’Unione Europea ci chiede di raggiungere entro il 2010.
A questo occorre aggiungere che maggiore lavoro femminile significa anche un aumento del Pil e quindi rappresenta un’opportunità importante, ma al momento inespressa, per tutto il Paese.

Occorre infine sottolineare che l’equiparazione dell’età pensionabile si pone in un problema molto più vasto e complesso che concerne la questione del lavoro femminile. Tutte le tutele gius-lavoriste a difesa esclusiva delle donne sono potenzialmente (e spesso de-facto) negative per la predisposizione dei datori di lavoro ad assumere donne. Ad esempio – seppur giuste e condivisibili – generose leggi per i congedi parentali, fruiti quasi sempre dalle donne, diminuiscono la produttività o comunque la percezione di produttività delle donne stesse da parte del datore di lavoro. Il paradosso sta nel fatto che ciò che è pensato a difesa di un soggetto, poi può diventare uno strumento per ghettizzare o escludere quello stesso soggetto. L’analisi e la consapevolezza politica di questo trade-off è imprescindibile per qualunque riforma realmente a favore del lavoro femminile. Spiace invece notare che si parla di questo tema solo su sollecitazioni “esterne”, qualche volta in maniera strumentale, ed invece occorrerebbe una seria e moderna riflessione all’interno del tessuto sociale ed economico del nostro Paese.