di Benedetta Marino - Roma
la lezione e il dibattito - l'intervista“Che cosa è la politica e perché questa non smette di esercitare il suo fascino?” Prendendo lo spunto da questo domanda l’intervento di Giuliano Ferrara riserva tutta una prima parte ad una analisi, piena di spunti filosofici e letterari, sul significato di quale dimensione dell’esistenza in realtà investa l’universo della politica, dall’idea duplice che è contenuta nella parola tedesca beruf, una professione e al contempo una vocazione, una chiamata, fino ad una vera e propria passione che riassume in sé il desiderio di agire ed incidere nella vita pubblica, una buona dose di sano e giusto narcisismo, l’esigenza di stimolare la propria individualità attraverso la ricerca del consenso sulle proprie posizioni e sui propri pensieri, traccia in cui risiede il senso fondamentale della leadership e del comando politico.
Parallelamente il concetto dell’uso del tempo, nella finitudine della vita umana, per Ferrara assume un rilievo assoluto; e dunque le questioni etiche, la giustizia in primis che è ovunque, l’assimilazione del precetto machiavellico del Principe che deve “intrare nel male”, conoscere gli aspetti opachi dell’esistenza, il dolore che si concentra nelle carceri, nelle guerre, nelle malattie, insomma tutto questo per chi fa politica deve essere affrontato in una dimensione pubblica e regolato secondo un’organizzazione di governo della società.
La politica, secondo Ferrara, è una materia complessa perché l’uomo lo è, specialmente in relazione agli altri. Senza voler aderire alla concezione hobbesiana dell’homo homini lupus o alle teorie progressiste di Jean-Jacques Rousseau, Ferrara ricava dalla commistione di queste due posizioni antropologiche una possibile spiegazione alla difficoltà del mestiere della politica, proprio perché la materia non ha una ricetta scientifica in grado di poterla plasmare ed ottenerne effetti certamente positivi. In un bel parallelo tra i due leader politici sulla scena degli ultimi 15 anni, Romano Prodi e Silvio Berlusconi, Ferrara ne sottolinea analogie e ne stigmatizza differenze: da un lato il professore di Bologna, un cattolico adulto – come lui stesso si è definito - che pur non essendo un professionista della politica tuttavia ha guidato due governi di centrosinistra non certo da tecnico, ma esercitando un potere finalizzato a creare una nuova prospettiva per il centrosinistra con l’Ulivo prima e con l’Unione poi. Non senza riconoscergli dei buoni risultati Ferrara individua nell’assenza di leadership e nell’ignoranza delle tecni
che della politica i principali difetti di Romano Prodi. La filosofia, invece, alla base del curriculum politico di Berlusconi è diversa. Pur trattandosi, anche qui, di un non professionista della materia, negli anni la sua figura è coincisa con un modo di fare e vivere la politica completamente nuovo, un messaggio lanciato agli italiani che, partendo proprio da un’esperienza umana di successo come la sua, legittimava l’opportunità che ciascuno potesse crescere ed arricchirsi con le proprie forze e con la propria capacità di inventiva.Proprio per testimoniare il valore del detto secondo cui “nessuno ti regala niente”, che per Ferrara in politica coincide quasi con un dogma, il direttore del Foglio ripercorre la carriera del Cavaliere ed individua in una volontà di difendersi dai processi a suo carico (con la possibilità di perdere tutto ciò che in una vita aveva costruito) la base della sua discesa in campo nel ‘94. A questo proposito, sul ruolo della magistratura e sull’incidenza che questa ha via via assunto nella vita pubblica e politica del paese, Ferrara esprime un giudizio che non si presta a fraintendimenti: a suo parere in Italia è il potere dei magistrati a scadenzare la vita e la morte dei governi.
Ricostruendo le ultime vicende che hanno visto coinvolto l’ex ministro Clemente Mastella e la sua famiglia, Ferrara conclude affermando che da Mani pulite in poi la lotta alla corruzione, che pure è sempre esistita in Italia, è stata affidata esclusivamente alla magistratura, perché la politica non è stata in grado di emarginare ed espellere chi si dimostrava corrotto. Il risultato, e questo per lui è il punto cruciale, è che si sono cambiati i parametri e che, anche in virtù della popolarità e dell’esposizione mediatica di cui godono i magistrati qui da noi, le inchieste non si fanno più secondo le regole, per cui ciò che accade in Italia (si riferisce all’inchiesta di Santa Maria Capua Vetere) non accadrebbe mai nel resto d’Europa, e nessun quotidiano francese, inglese, tedesco, spagnolo, pubblicherebbe mai le intercettazioni telefoniche di un ministro in carica o di un parlamentare o di un personaggio pubblico.
In conclusione, non potendo mancare una domanda sulla divisione tra religione e politica, Ferrara risponde prendendo come exemplum il modello americano, una società laica pervasa comunque da una religiosità connaturata quasi storicamente, in cui quella dimensione fa parte della mentalità e della cultura di quel paese senza che lo stato federale finanzi la Chiesa in alcun modo, ed in un regime di una nettissima separazione tra le due sfere. Ferrara conclude sostenendo che quel modello è per lui giusto, e un laico non credente dovrebbe a suo avviso “accettare e promuovere una forte comprensione sociale della presenza di un pensiero cristiano, di una tradizione civile che ha effetti civili e valore anche civile di fede collettiva, e che questa è una grande ricchezza del nostro paese, salvo poi essere assolutamente liberi di essere non credenti, diversamente credenti, razionalisti, tutto quello che volete. Insomma, io la penso come Voltaire, il quale diceva: “se Dio non ci fosse bisognerebbe inventarlo”, che è esattamente la traduzione illuministica del pensiero di Joseph Ratzinger “ vivete come se Dio ci fosse”.






4 commenti:
Dio credo a differenza di Voltaire e Ferrara non utilizza congiuntivi o condizionali. La sua verità si dispiega nella realtà sotto i nostri occhi. Dio splende nelle tenebre ma chiaramente non tutti l'accettano (Giovanni 1, 5). Da Cristiano sono anche consapevole di questo e vivo la politica come accettazione da parte di tanti altri del mio credo che non è chiamato a legiferare alcunchè bensì allo sforzo di comprendere. La politica è un mezzo/fine. Non è il mio fine ultimo al contrario è un mezzo per ottenere più giustizia ed equità!
Mi è dispiaciuto molto non essere con voi il 26 ma le elezione del circolo locale del PD non potevo perdermele!!!
A presto
un caloroso saluto a tutti da Magenta...
Enzo
Certo che chiamare incontro uno dei soliti monolighi delirenti di Giuliano Ferrara è come definire Polifemo "affetto da strabismo di Venere". Ma dico io, mi si dovrebbe spiegare come è possibile dare credito alle affermazioni di un individuo che nel corso della sua vita ha cambiato più bandiere delle volte in cui si è seduto a tavola. Dapprima Comunista nel P.C.I. e in quanto tale, convinto sostenitore del diritto all'aborto
poi, illuminato dal Sol dell'Avvenire Socialista e Craxiano quando essere xraxiani conveniva (soprettutto economicamente); dopo la fuga del 42° protagonista della fiaba di Alì Babà nel "buen retiro " di Hammamet (c'è chi lo ha descritto come esilio anzichè fuga col malloppo dapprima affidato a personaggi come M. Raggio e La Contesse Vacca Agusta, scovata a CuernaVaca,Mexico, pura
coincidenza!) il nostro nuon Giuliano è stato folgorato non sulla via per Damasco ma più materialmente dalla grana del Cavaliere che garantiva un giornale, (con relative sovvenzioni statali)ed una platea
numerosa. Il tutto lavorando alacremente per Langley facendo quindi lo spione prezzolato per uno Stato alleato ma sempre estero: da ultimo la ridicola crociata antiabortista ispirata dall'amico Ruini.A ciò aggiungiamo una recente condanna penale in Francia per plagio avendo usato un'intervista rilasciata da A. Tabucchi all'Espresso spacciandola per cosa sua. Ascoltare unsimole losco figuro lo trovate educativo? Complimentoni, per fortuna l'appartenenza all'Ordine dei Hiornalisti la devo solo a me stesso, il che mi consente settimanalmente di confutare il vostro concetto di educazione. Al confronto degli insulti in assenza di contraddittorio e la presunzione di infallibilità di
Ferrara, il Mein Kampf è un compendio di modestia e tolleranza.
Beppe Fontana, Vigevano
Risposta a bepsound:
Concordo con te sui trascorsi e presenti di Ferrara, sul suo seguire la "miglior corrente del momento" ma ciò non vuol dire che il suo intervento non sia stato una visione realistica, certamente non a 360°, della realtà dei fatti. Una buona analisi ed uno sprono per i giovani a fare sempre di più, che certamente non nega o non mi fa dimenticare che soggetto ambivalente esso sia.
Carissima Carola la tua risposta al mio commento è sicuramente equilibrata e condivisibile. Ascoltare posizioni antitetiche porta ad una migliore visione degli argomenti trattati, e poi dopo aver ascoltato tutte le campane prendere posizione. Quello che però purtroppo accade in Italia con personaggi come il direttore del Foglio, è che lui gode addirittura di sovraesposizione, dal momento che televisivamente parlando è come il prezzzemolo, mentre altre voci faticano non poco a trovare spazi in cui esternare la loro visione dei fatti. Usare questo vantaggio come usa fare Ferrara lo trovo infingardo ed irriguardoso soprattutto perchè uno dei suoi piagnistei più frequenti è la denuncia di mancato
contraddittorio. Con stima, bepsound
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